note degli autori

Quando l’Associazione Culturale Voci per la Libertà ci ha contattato con il desiderio di co-produrre un documentario sull’eccidio di Villadose, il primo stato d’animo che ci ha accolto è stato quello della coincidenza. Un’eco lontana che tornava a rendersi udibile. Tra 2011 e 2013, ovvero durante le prime cinquanta proiezioni in giro per l’Italia de “La lunga marcia dei 54” – opera con cui raccontavamo l’eccidio di Villamarzana – eravamo più volte corsi con la mente alla volontà di indagare i fatti di Ceregnano e Villadose. Su tutto svettava un pensiero, che abbiamo ritrovato due anni dopo anche al di fuori di noi, espresso da una delle persone di cui abbiamo raccolto la testimonianza a Villadose. Suona più o meno così: si parla sempre di altri fatti e di altri morti, ma di quello che accadde qui il 25 aprile 1945 e delle persone che vi persero la vita non si sente quasi mai nulla. Nelle preliminari fasi di ricerca per questo progetto su Ceregnano e Villadose, tale sentimento ha trovato una corrispondenza in quello che ci trovavamo davanti: una bibliografia esigua per quantità e discordante per narrazione, con diversi punti oscuri sui fatti accaduti. La ricostruzione di un avvenimento presuppone l’esistenza e l’interpretazione di materiale documentale, in ordine alla necessità di comparazione e di incrocio dei dati che è doverosa verso la veridicità storica. La totale assenza di documentazione – seppur con tutti i pregi e difetti che essa potrebbe presentare – rende difficile la ricomposizione di un avvenimento che resta, così, pericolosamente affidato alla memoria delle singole persone, perlopiù non testimoni diretti dell’eccidio. Nel caso di Villadose ci si trova in presenza di testimonianze spesso contraddittorie, non solo in rapporto ad altre di diversa scaturigine, ma anche tra le stesse di medesima fonte, magari riproposte in momenti diversi.

Nel fluire del tempo i colori sbiadiscono, la polvere copre i dettagli, la mente interroga il passato con gli occhi del presente, i nuovi ricordi si uniscono e mescolano ai vecchi, ne sottraggono aspetti, ne aggiungono altri. A tirarci per primo per la giacchetta, con l’urgenza dei modi che lo hanno piacevolmente reso famoso, è stato Gianni Sparapan. Ed allora eccoci catapultati da lui nelle campagne segnate dal Canal Bianco tra Rovigo ed Adria, bussando alla porta di casa dei primi (potenziali) testimoni. Nel frattempo è arrivato l’orientamento narrativo sui diritti umani da parte di Voci per la Libertà, che per noi è stata una bellissima sfida, come lo è per tutti i documentari che nella propria narrazione si imbattono in quello che non c’è. Nell’immaginare. In questo caso ci siamo trovati a guardare a Ceregnano e Villadose (1945) attraverso il filtro della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), ovvero una legislazione successiva ai fatti. Per farlo necessitavamo di una attualizzazione, di uno sguardo di prospettiva, nel quale ci siamo imbattuti con un colpo di fortuna. Si tratta di un altro duplice avvenimento del passato, anche se decisamente più recente: la messa in scena teatrale dell’eccidio coordinata dalle maestre Annita, Luisa e Ornella grazie ai bambini delle scuole elementari di Villadose datato 2002 – di cui esiste una preziosissima ripresa video – ed un libro/raccolta di testimonianze di bambini a nonni ed anziani sulla seconda guerra mondiale, voluto dal Comune di Villadose nel 2005.

Quello su cui abbiamo lavorato è dunque essenzialmente un vuoto, raccontato affidandoci alle morfologie delle campagne di Sasse, Samoro, Previere, Palà, Ceregnano, Lama, Villadose ed ai pochi punti fermi che questa vicenda si porta dietro: quel 25 aprile pioveva, 23 persone venivano passate per le armi, 23 famiglie dovevano sopportare il dolore più grande, l’umanità si copriva di vergogna. Un eccidio senza motivo e senza diritto, per un tedesco forse ucciso dai partigiani, forse dai bombardamenti, forse per difesa. Forse quel tedesco neppure è esistito. Questo è l’inizio della storia che abbiamo raccolto. Ma tra i tanti “forse” vi è la certezza di una rappresaglia, che se nell’ovvietà non fu supportata moralmente, non lo fu neppure giuridicamente: da 25 secoli – ovvero dal superamento della “legge del taglione” – il diritto di rivalsa non doveva assolutamente toccare la vita della persona. Tra tanti “forse” vi è la certezza di vite spente, in quel momento inutilmente; in questo per ricordarci quanto sia facile farsi trascinare dall’odio e nell’odio. Forse sta proprio qui l’importanza di questo lavoro: non un racconto evenemenziale, ma una riflessione profonda e problematica sui diritti dell’uomo.

Alberto Gambato e Laura Fasolin